04 gennaio 2013

Dove bussare?!

Qualcosa di me si è trasferito, è cresciuto ed è diventato casa, anzi, Kasa.
Sei già venuto a trovarmi?! NO?! Cosa aspetti: bussa qui!

04 aprile 2012

Bivi

Mi son trovata ad un bivio, ed è stata colpa mia.
Essendo io fondamentalmente ignorante in materia di teconologia ed avendo io imparato a fare tutto quello che so più o meno fare con il computer da sola, ho commesso qualche errore.
Ho caricato fotografie mastodontiche su questo blog, come se non ci fosse un domani. Poi ad un certo punto mi è stato fatto notare che no: lo spazio è finito. Ora, avevo davanti a me due scelte. La prima era quella di mettermi a modificare ogni singola immagine inserita qui, riducendo la risoluzione. Un lavoro enorme, ma che dico enorme, GIGANTE. La seconda soluzione, caldeggiatami da un amico, era quella di ricominciare da zero. Ho deciso per la busta numero due. Questo per dirvi che quello che leggete qui rimarrà qui. Non penso di smantellare questo blog se non sarò costretta a farlo. Ma da ora in poi sarà altrove che vi racconterò le mie storie. E se vi andasse di ascoltarle, sarei ben lieta di accogliervi "A Kasa di Katia".

Mandatemi una e-mail all'indirizzo: katiaostanel@yahoo.it
Vi risponderò mandandovi il link per il mio nuovo blog.


Grazie a tutti.

03 aprile 2012

Camminare intorno ad un lago ed inciampare nella storia

A volte si ha voglia di scappare un pò. Lasciarsi alle spalle il traffico, le code, la gente che corre e rincorre oggetti, persone, appuntamenti. Dimenticare la lunga lista di cose da fare, far finta che niente sia urgente e tutto possa aspettare. A volte si ha voglia di fuggire. E quando, per tanti motivi, non si può andare molto lontano, per fortuna a due passi ci sono posti così. Posti come i Laghi di Avigliana.


Il complesso dei Laghi si costituisce di due specchi d'acqua, chiamati Lago Piccolo e Lago Grande e sono di origine morenica: si sono cioè formati tanto tanto tempo fa per l'accumulo di acque provenienti dallo scioglimento di alcuni ghiacciai e dalla pioggia. Il Lago Grande, un tempo chiamato "Lago della Madonna", ha una profondità massima di 26 metri e un'estensione di circa 90 ettari. La zona paludosa circostante ed i laghi stessi costituiscono il Parco naturale dei Laghi di Avigliana, che ospita numerose specie di uccelli tra cui aironi cenerini, germani reali e gallinelle d'acqua.


Intorno al Lago Grande è stata costruita una passerella pedonale che facilita il giro  dello specchio d'acqua, anche se per un breve tratto è necessario camminare sulla strada statale; c'è un'area pic nic e moltissimi percorsi per mountain bike. Mentre si cammina non è difficile incontrare gli animali che vivono qui, comprese alcune tartarughine e verdi ranocchie saltellanti. E anche qualche gatto, indifferente ai germani che gli sfilano davanti belli grassetti...Saranno abituati a convivere! E' un ambiente piuttosto grezzo, forse leggermente trascurato e lasciato a se stesso, ma comunque bello, ottimo per una tranquilla passeggiata in mezzo alla natura. La vista è splendida: si vedono le montagne e la Sacra di San Michele (che presto visiterò). Mi viene però da pensare che se questi laghi fossero collocati in un'altra zona, forse sarebbero più considerati. Troppo spesso mi rendo conto che la mia Regione ha difficoltà a valorizzare le meraviglie che possiede e che se questo parco si trovasse (per parlare di posti che conosco) in Alto Adige, tutto sarebbe più curato e godibile.



All'interno del Parco naturale vi è inoltre una struttura di interesse storico: l'Ex Dinamitificio Nobel, in cui troviamo un museo dove, oltre a pannelli esplicativi e audiovisivi che ci illustrano le varie fasi della lavorazione degli esplosivi, è possibile visitare il rifugio anti aereo riservato alle maestranze ed i vari cunicoli e le camere di scoppio. Sono inoltre presenti alcune simulazioni sonore che ci fanno comprendere le difficili condizioni lavorative degli operai dell'epoca. L'Ex Dinamitificio Nobel ha una storia antica. L'industria della dinamite in Italia ha origine nel 1872 proprio ad Avigliana. Fu lo stesso Alfred Nobel (si, quello del premio), in collaborazione con Ascanio Sobrero, a decidere l'apertura della fabbrica, che entrò in funzione appena un anno più tardi. Fu scelta la zona detta "Trucco di San Martino" per la sua conformazione, poichè le collinette potevano proteggere l'abitato dagli scoppi e per la vicinanza con la rete ferroviaria. Il dinamitificio raggiunse il suo massimo sviluppo nel periodo della prima guerra mondiale, per soddisfare le esigenze belliche. Per dire che si, qui si facevano bombe. Anche. Dopo un periodo di crollo dell'occupazione, il secondo conflitto mondiale fece tornare la fabbrica a pieno regime, ma dovette sopportare vari incidenti e attacchi da parte dei partigiani, che volevano procurarsi le armi per la resistenza. Il complesso fu bombardato dall'aviazione americana nel 1945 e dopo la fine del conflitto il lavoro andò gradatamente diminuendo, fino alla sua definitiva chiusura nel 1965.
Ma la cosa che più mi ha colpito di questa immensa cicatrice della storia, è stato apprendere che qui aveva lavorato Primo Levi, in qualità di chimico. Me lo sono immaginato. Era tornato da Auschwitz. Era triste, magro, tormentato. Lo vedo quasi: faceva il suo lavoro, timbrava il cartellino, forse credeva che prima o poi tutto sarebbe stato più semplice. Che un giorno avrebbe ricominciato, semplicemente, a vivere. Nel periodo in cui lavorò qui e nella fabbrica di vernici di Settimo uscirono i suoi libri. Conobbe una ragazza, si sposarono. Ma poi... Ecco, mi è preso un groppo in gola. Soprattutto nel pensare che una persona come lui, maledettamente modificata dalla guerra, fosse poi finita a lavorare in una fabbrica in cui, durante quella stessa guerra,  si fabbricavano armi. Quando si dice i casi strani della vita, i surreali incroci del cammino degli uomini. Allora per non mettermi a piangere mi sono voltata. Ho visto il lago. Ho pensato che anche lui, la mattina e la sera, quando entrava e usciva dalla fabbrica, lo guardava. Ho pensato all'uomo Primo, al suo cuore, incantato come il mio da quel placido, rassicurante specchio d'acqua e di cielo. E allora ho sorriso. Perchè ognuno di noi, in un modo o nell'altro, trova sempre la sua personalissima pace.


01 aprile 2012

Cavalli, fontane e giardini con sottofondo di violini


A Torino di piazze ce ne sono tante. Ci sono quelle maestose del centro e quelle piccole e defilate, che sconfinano nella definizione di "largo", anche se di largo hanno ben poco. Ci sono le piazze frequentatissime, ricolme di tavolini e sedie che d'estate spuntano come se fossero fili d'erba. E ci sono le piazze innegabilmente belle, ma che per qualche motivo restano sempre un pò dimenticate, come Piazza Bodoni. Se la maggior parte dei torinesi nel sentirla nominare pensa al grande parcheggio sotterraneo che vi hanno costruito, io per prima cosa penso al Conservatorio Giuseppe Verdi e alla musica che ne fuoriesce ogni volta che vi passo accanto. Sedersi su una delle panchine che seguono la circonferenza ovoidale della piazza, nel primo sole mattutino, all'ombra del monumento equestre del Generale Alfonso La Marmora, con un suono di violino in sottofondo, è un'esperienza impagabile.  Il Conservatorio non è sempre stato qui. La sua storia si srotola nell'arco di un secolo. Quando, nel 1820, chiuse la piccola scuola gratuita di canto inaugurata dall'Accademia Filarmonica, il Teatro Regio si rese conto della necessità di avere coristi e orchestrali di alto livello. Venne così creato un liceo musicale civico che nel corso degli anni subì vari spostamenti di sede e migliorie nella preparazione degli allievi. Fino a giungere, nel 1925, alla attuale sede in Piazza Bodoni, dove vengono istruiti più di settecento allievi, con un corpo docente di circa centrotrenta insegnanti e con una delle biblioteche musicali più importanti d'Italia, in cui trovano rifugio più di centomila partiture. E' qualcosa di importante, insomma, concreto e rilevante, e sarà per questo che spesso Piazza Bodoni viene comunemente chiamata "Piazza del Conservatorio".

Non solo la piazza, ma le vie limitrofe sono degne di quattro passi con il naso per aria ed anche, perchè no, alle vetrine: via Giolitti, Cavour, Mazzini, Andrea Doria, sono tutte strade di livello economico medio alto e negli ultimi anni, complice anche un attento lavoro di pedonalizzazione, sono spuntati negozi e botteghe adatte a persone benestanti ed il quartiere è diventato di stampo decisamente residenziale. Ma ciò non toglie che proprio laddove la gente ha più soldi da spendere, regni maggior quiete per i comuni mortali che desiderano soltanto camminare un pò in città. Non so esattamente in base a quale principio, ma accade. E così cammina cammina si può arrivare anche alla graziosissima piazza Carlo Emanuele II. Ora, chiedere ad un torinese dove sia esattamente ubicata la suddetta piazza vuol dire vederlo incerto, confuso e titubante. E' provato che la maggior parte degli abitanti della città, me compresa, non sa rispondere. Ma se chiedi dove si trova Piazza Carlina, allora si: non ci sono dubbi. Che poi è la stessa piazza e venne soprannominata così per canzonare i modi un pò effeminati del sig. Carlo Emanuele. Dicono. E proprio a Carlo Emanuele II ebbe l'idea di far allestire la piazza per celebrale il suo potere sovrano: un monumento equestre raffigurante se stesso al centro di uno spazio quadrangolare circondato da facciate allineate. Ma in realtà quello che vediamo in groppa al suo destriero è Camillo Benso Conte di Cavour. Non chiedetemi perchè, non sono ancora riuscita a scoprirlo.

Comunque, sul lato a sud sorge la Chiesa di Santa Croce, edificata dal celeberrimo Juvarra (che tanto lavoro ha svolto nella capitale sabauda), con una facciata tardo ottocentesca ed una cupola orientaleggiante. Degni di nota sono anche il Palazzo Roero di Guarente (la cui facciata è sempre di Juvarra) e l'Ex Collegio delle Provincie, oggi Caserma dei Carabinieri. Ma, soprattutto, la casa al numero 15. Quello che ne resta, almeno, dato che ultimamente la struttura ha subito qualche crollo in seguito a non ben definiti lavori di riqualificazione da parte di un'impresa che vorrebbe farne un albergo di lusso. La casa è quella in cui, tra il 1919 e il 1921 visse Antonio Gramsci.
Ora, dopo esserci trastullati un pò tra vetrine e monumenti, andiamoci a sedere in mezzo ad un pò di verde e per farlo scegliamo i bellissimi Giardini Cavour e l'Aiuola Balbo. I Giardini Cavour, detti delle "Montagnole", si trovano nell'area che un tempo era occupata dal "Giardino dei Ripari", antico sito dei bastioni della città. I bastioni però non consentivano lo sviluppo del verde urbano, così, all'inizio dell'800, Napoleone decise di farli abbattere e far costruire i primi filari alberati e alcuni grandi parchi, tra cui, appunto i nostri Giardini Cavour, che ospitano esemplari centenari di platano, quercia e faggio. L'Aiuola Balbo, realizzata nel 1874, ha uno schema geometrico e al centro troneggia un'ampia fontana. Al suo interno possiamo poi vedere monumenti a Daniele Manin, Cesare Balbo e altri personaggi storici.

Ad ogni passo, si inciampa nella storia, qui a Torino. E tante volte storia è sinonimo di bellezza, anche nelle cose più piccole, come questi giardini che di certo non hanno la fama di altri parchi cittadini, ma che sono le gemme preziose di un ricco diadema.  Ed è stato bello trovare nel mio archivio un'altra foto della fontana dell'Aiuola Balbo presa quasi dalla stessa angolazione, ma in due stagioni differenti. A testimonianza che il tempo passa, il Mondo fa il suo giro, ma quella dama di pietra resta lì, con il braccio sollevato, in un eterno, immobile gesto.

30 marzo 2012

Le vie strette e ombrose della quiete (almeno di giorno): il Quadrilatero romano di Torino

Oggi mi stavo domandando: ma quando avrò detto tutto quello che c'è da dire su Torino, che ne sarà di me? No, vabbè, non facciamola così drammatica. Intendevo dire che prima o poi i posti degni di racconto finiranno: la città non è così grande da soddisfare la mia smania di girare e fotografare e sproloquiare. Ma una vocina piccola piccola mi sussurra di non abbattermi: io sono come Forrest Gump quando, all'improvviso, decide di andare a correre. Arrivato dall'altra parte degli Stati Uniti, fermo sul limite dell'Oceano, si volta. E ricomincia a correre. Ci sarà un momento in cui anche io arriverò al limite di qualcosa e da lì, sono sicura, capirò dove andare e come arrivarci. E sarà l'inizio di un'altra storia, di altre storie. Almeno lo spero.


Il Quadrilatero romano di Torino è il centro del centro della città. Se si fa una rapida ricerca su Google, la maggior parte delle notizie che ne saltano fuori riguardano i tanti ristoranti, bar, trattorie e locali che affollano le strette vie del quartiere. La storia, quella, passa in secondo piano. Ed è assurdo, ma è così. Se dici a qualcuno "Quadrilatero", quello come prima cosa pensa ad un bell'aperitivo. Se durante il giorno il dedalo di stradine che lo compongono fa di questo angolo di Torino un luogo tranquillo e piuttosto silenzioso, la sera è un formicolio incessante di giovani e meno giovani con bicchieri in mano e tartine e risate. Che, sia ben chiaro, ci sta, non è una cosa negativa. Ma passeggiare nel Quadrilatero dovrebbe voler dire, prima di tutto, rendersi conto che è da qui che è nata questa grande, variegata, bella città.

Siamo nel 28 a.C.: l'esimio Augusto decide di fondare una città, che prenderà il nome di Julia Augusta Taurinorum. Il modello è quello tipico delle città romane e segue quindi una pianta quadrata: di qui, appunto, il Quadrilatero romano. A imperitura (si spera) testimonianza di questa parte di storia, ci resta la bellissima Porta Palatina, che si staglia robusta e forte a pochi passi dal Duomo. La Porta Palatina consentiva l'accesso da nord alla città ed è una delle porte urbiche del I secolo a.C. meglio conservate al mondo. Insieme all'antico teatro, posto a poca distanza, è compresa nell'area del Parco Archeologico inaugurato nel 2006. Davanti alle Porte vediamo due statue di bronzo, che raffigurano Cesare Augusto e Giulio Cesare. Andrebbero ripulite, si. E non sono originali, no: sono copie di quelle esistenti e risalgono al trentennio del secolo scorso. Però fanno la loro figura e sembra di stare a Roma. Forse. Ma non sentire nemmeno una persona parlare in romanesco (o romano, come si dice?), quanto piuttosto una mescolanza di lingue slave, arabe e asiatiche ti fa ricordare che sei soltanto a Porta Palazzo e che gli antichi splendori di Roma sono andati perduti da un bel pò di tempo. Almeno, qui. A Roma non so.


Sulla corta vietta di pietre grossolane che conduce alle Porte Palatine, vi è poi un bellissimo edificio storico, la Casa del Pingone. Risalente al  XV secolo, il palazzo prende il nome da Emanuele Filiberto Pingone barone di Cusy, storico di corte del duca Emanuele Filiberto di Savoia. Da vedere perchè la casa conserva l'unica torre medievale ancora visibile a Torino, anche se ormai completamente mimetizzata e sormontata dalla successiva copertura. Tracce di finestre a crociera di epoca cinquecentesca sono ancora riscontrabili sul prospetto affacciato su via Porta Palatina. L'ultimo piano è caratterizzato da un lungo loggiato scandito da archi a tutto sesto. E detto ciò sembra che me ne intenda di arte, ma non è vero. Solo che gli archi a tutto sesto mi son sempre piaciuti. Ognuno ha le sue perversioni.

Ora, se si viene a Torino, proprio non si può prescindere dall'andare a vedere il Duomo. Per tanti motivi. Primo fra tutti, perchè è il Duomo. Poi perchè è bello: semplice, pulito, quasi leggero nonostante la sua imponente stazza. Il Duomo di Torino, dedicato a San Giovanni Battista e situato nell'omonima piazza, è l'unica chiesa della città in stile rinascimentale. E poi, come si fa a non dare almeno un'occhiata alla splendida cupola costruita da Guarino Guarini? Da poco restituita agli occhi di torinesi e turisti, la cupola custodiva la Sacra Sindone, fino a che, nel 1997, un incendio distrusse gran parte dell'opera guariniana. La reliquia fu tratta in salvo dai vigili del fuoco, ma ci sono voluti anni per far tornare a risplendere la cupola così com'era prima dell'infausto evento. Inoltre, sotto il Duomo, c'è una vera e propria chiesa sotterranea, di pari dimensioni, dove oggi si trova il Museo diocesiano.


 


Lasciato un doveroso contributo di tempo al lato storico del Quadrilatero romano, ora possiamo girovagare, come ho fatto io. E' un quartiere che conosco bene, perchè ci abita una mia carissima amica e che mi piace davvero, soprattutto la mattina, quando tutta la gente si affolla al vicino mercato e lascia tranquille le vie. I palazzi sono tutti stretti come in un abbraccio, sembra quasi che si sorreggano a vicenda come tanti parenti affiatati e le stradine che si divincolano dalle mura mi fanno pensare al ghetto ebraico di Venezia: le costruzioni alte, straripanti finestre, porte, porticine e cancelli di ferro battuto... Manca solo un canale! Qui e là ci si imbatte anche in qualche sorpresa: si scorgono teste di toro scolpite, che sbucano dai cornicioni e ti guardano dall'alto in basso, o  ci si ritrova davanti ad un albergo che si fregia di aver ospitato nientepopòdimenoche Folfgang Amadeus Mozart: la Dogana Nuova, antica locanda di inizio Settecento, oggi Hotel Dogana Vecchia, in via Corte D’Appello.

E poi come non dedicare un pò di tempo al bellissimo MAO, Museo di Arte Orientale, secondo me davvero uno dei musei più ben allestiti della città (di gran lunga meglio di quello egizio) e sul quale non sto a sproloquiare malamente ma, per rendere degna giustizia, vi invito a fare una visita virtuale sul sito: www.maotorino.it/. Altra sorpresa del quartiere è trovarsi davanti al Palazzo del Senato Sabaudo, edificato ad opera di Juvarra nel 1720: fu sede del Senato sabaudo e della Regia Camera dei Conti, mentre attualmente il palazzo è sede di uffici giudiziari, e fino a pochi anni fa ha ospitato il Palazzo di Giustizia di Torino.

Ed ora basta camminare: venite con me, andiamo al Pastis. Possiamo prendere un ricco aperitivo con pizzette calde e pane con il lardo. Insalata russa e tomini al verde, se volete. Quante volte mi sono seduta nella piccola piazzetta antistante, su quelle sedie di metallo colorate, dopo un giro al Balon, sorseggiando un Martini bianco con ghiaccio, insieme alle amiche. Le parole si spandevano nell'aria e brillavano di sorrisi. E c'era la calma e la quiete di quei sabati che sembrava di poter ripetere sempre, ma che in un attimo son volati via. Il Quadrilatero romano è un posto innegabilmente romantico: ti spinge a socializzare, a mettere in comunione qualcosa. Saranno le strette mura dei palazzi che ti circondano, ti racchiudono come gli alberi del bosco e ti fanno sentire protetto, custodito come un segreto, tutt'uno con chi ti sta accanto. O sarò io, eternamente vittima della malinconia dei ricordi...




28 marzo 2012

Ricetta consolidata atta ad evitare brutte figure

Non ho smesso di andare in giro, sia ben chiaro. Presto arriveranno nuovi racconti di questa grande città. E non è che io mi sia rimessa a cucinare nel vero senso del termine, sia chiaro anche questo. Spignatto. Non so se sia un termine appartenente alla ricca lingua italiana o no, ma è certo quello che faccio io: spignatto. Oggi, ad esempio, volevo preparare una cosina veloce e trasportabile da portare a casa delle amiche per la cena di ritrovo (quasi)settimanale. E così ho deciso di fare una cosa stracollaudatissima: i miei famosissimi minimuffin salati con toma piemontese e prosciutto cotto! E dico famosissimi per una buona ragione: li ho fatti varie volte e hanno sempre riscosso successo. Sono facili, veloci, economici e sfiziosi, soprattutto come finger food.

Il finger food, come ho già sentenziato fino allo sfinimento, è una cosa che mi manda in sollucchero. L'idea di confezionare pietanze in porzioni piccole piccole, con un occhio quindi più alla presentazione che alla sostanza (ma senza trascurare il gusto, certo), mi piace assai. Per chi cercasse qualche altra idea in proposito, magari in vista di un bel pic nic che la stagione ci invoglia ad organizzare, può dare un'occhiata qui, qui e infine qui. Sono tutte cose facili da fare e dato che non sono certo una che inventa qualcosa, troverete ispirazione per poi raffinare un pò le mie ricette grossolane.


La ricetta di oggi, come vi dicevo, sono i minimuffin con toma piemontese e prosciutto cotto e per farli ho usato degli stampini in silicone leggermente più piccoli di quelli dei muffin tradizionali. Se voi avete in casa solo quelli standard, piuttosto tenetevi più larghi con le dosi degli ingredienti, in modo da farne abbastanza da soddisfare l'appetito degli invitati.
Gli ingredienti sono:
- Pasta sfoglia (io l'ho usata già pronta, lo ammetto chinando il capo e chiedendo perdono)
- Toma piemontese
- Prosciutto cotto
- 1 uovo
- Un goccio di latte.
La preparazione è semplice.
Preriscaldate il forno a 200 gradi circa. Stendete la pasta sfoglia su un piano e con il coppapasta o con un bicchiere, fate tanti cerchi quanti stampi da muffin avete. Se avanzate dei ritagli di pasta sfoglia, impastateli velocemente e ristendeteli con il mattarello, in modo da poter ricavare dei pezzetti per decorare la superficie: io ad esempio ho fatto tanti cuoricini con lo stampino dei biscotti più piccolo.
Sbattete un uovo con un goccio di latte in una ciotolina e mettetelo da parte. Non salatelo, perchè il formaggio fuso darà sapore al tutto senza bisogno di aggiunte. Tagliate il prosciutto a pezzettini e fate lo stesso con il formaggio. Riempite gli stampini prima con i dadini di formaggio, poi con il prosciutto e infine versate in ciascun stampino un paio di cucchiaini di uovo sbattuto. Decorate con i ritagli di pasta sfoglia, infornate per circa 15 minuti e servite tiempidi. E buon appetito!

25 marzo 2012

Luoghi che c'erano e ci sono ma non esistono più

Ricordo vagamente quella giornata. C'è anche una foto: io e mio fratello maggiore davanti ad una rete metallica o una gabbia, qualcosa del genere. Dentro un animale che potrebbe essere un cervo o una capra. O un dinosauro, per quanto ne so. Io avevo una bella gonna di blue jeans ondulata, una maglietta chiara e i codini. Adoravo quando mamma mi faceva i codini e me li fermava con degli elastici fatti a ciliegia. Ci penso, ma non mi viene in mente altro che un'immagine: le scimmiette. Una che puliva delicatamente l'altra, mangiandosi poi il risultato della spulciatura. Ricordo che mi avevano detto essere un gesto di profondo amore, per i primati. Ma non ricordo altro. Forse un ippopotamo che prendeva al volo un pesce. Ma chissà se queste immagini che mi colpiscono il cervello arrivano da dentro o da fuori. Chissà se davvero ricordo quel pomeriggio di tantissimi anni fa, passato allo zoo di Torino, Parco Michelotti, o se tutto è ricordo indotto dalle fotografie, da quelle immagini sgranate di un tempo che passa, passa e non torna indietro.
Ora, detto ciò urge una precisazione. Non amo gli zoo. Forse non li amavo nemmeno al tempo di quella fotografia, di certo non li amo adesso. Come non ho mai amato il circo che contempli la presenza di animali. Quindi, tutto sommato, che io di quella giornata ricordi soltanto due scimmie che si tolgono le pulci è tanto di guadagnato. Ma mi è successo di tornare in quello zoo dopo più di vent'anni. E, lo sapevo, ma non c'è più nulla. E se prima poteva essere triste, per via della segregazione forzata di tanti animali, adesso, se è possibile, è ancora più triste. Là dove c'erano le ontarie c'è un'enorme vasca vuota, là dove c'erano le tigri regna il silenzio. In ogni angolo del parco è il graffito che regna sovrano: scritte di protesta, scritte di denuncia, scritte di cerebrolesi hanno riempito le pareti del rettilario, le statue della balena, degli orsi, dei pinguini, risparmiando appena le giostre messe lì posteriormente per i più piccoli. Le panchine sulle quali ci si sedeva per vedere i salti in aria dei delfini, per guardare con calma gli elefanti, sono piene di foglie secche, ragnatele, polvere accumulata da un tempo infinito e da un abbandono totale. Chissà quante risa hanno scosso questi angoli, chissà quanti bambini hanno gridato: "Papà, guarda!" per anni, me compresa, indicando qualcosa che non avevano mai visto e forse non avrebbero visto mai più, fino a che ogni grido, ogni risata, non è stata inghiottita dal silenzio. Ci sono ancora i cespugli di canne di bambù e gli alberi su cui si arrampicavano le scimmiette. Ci sono i recinti e le vasche vuote. A guardarle ridotte così mi sono sembrate enormi cicatrici scoperte, segni di un tempo che fu e che (da un lato per fortuna, almeno per gli animali) non sarà più.
C'è chi parla di feste, iniziative e ne sono state organizzate tante, nel tempo, in questo che è poi uno spazio di verde bellissimo, proprio accanto al Po, dalla parte di Corso Casale.  Ma sembra passato molto, moltissimo tempo dall'ultimo mercatino solidale o dall'ultimo party per bambini. E mi chiedo se non sarebbe possibile, almeno, impedire un tale sfascio, una così perpetua incuria da parte di chi si fa portatore di messaggi fondamentali a colpi di spray. Basterebbe raccogliere le foglie, verniciare gli steccati, riattivare la fontanella, per vedere frotte di persone contendersi le panchine all'ombra degli alti alberi, per vedere persone come me, che magari ci sono state vent'anni prima, tornare allo zoo a leggere un libro di fiabe ai figli. Ma non si fa, perchè tutto costa e non ci sono mai  i soldi per niente. E così si perdono le cose, così si perdono i ricordi. Qualche giorno fa però è saltata fuori una proposta ambiziosa:  lungo le rive del Po dovrebbe  sorgere un’area multiuso, con verde attrezzato e solarium, giochi per i bambini, laboratori polivalenti, la biblioteca, un teatro e attrezzature sportive. Dovrebbe diventare la prima area verde urbana totalmente ecoefficiente, con tutte le attività alimentate da energia «carbon zero» e tutte le strutture governate da un sistema intelligente di controllo e regolazione dei consumi. In Parco Michelotti dovrebbero trovare posto un mix di energie pulite: dall’idroelettrico al riscaldamento geotermico; dal fotovoltaico al raffrescamento eolico.

Ecco, se tutto ciò dovesse realizzarsi, io andrò personalmente a chiedere scusa all'amministrazione comunale.Ma nel frattempo no. Nel frattempo cerco di ricordare cosa c'era in quella gabbia dietro le mie spalle in quella foto di tanti anni fa .



23 marzo 2012

La Pasqua, io e le ricette sconclusionate

So che sto mancando terribilmente ad un appuntamento che potrebbe darmi grandi spunti. La Pasqua è ormai alle porte ed io non ho fatto nè farò assolutamente niente in proposito. Eppure se ci penso, con quell'esplosione di cioccolato (che adoro) e colori pastello (che adoro) e coniglietti (che adoro) e cianfrusaglie varie con annessi galline e pulcini e ovetti e fiorellini (che adoro, che adoro, che adoro), ecco: dovrei. Ma no. La verità spudorata e franchissima, per la quale verrò additata e sbeffeggiata sulla pubblica piazza (mi piace fare la melodrammatica) è che non ho nessuna voglia di fare niente. A livello manuale, meno di niente, ad essere sinceri. Ed arrivati a questo punto, quei pochi che leggono il mio blog avranno due pensieri di me molto contrastanti. Qualcuno penserà che sono una rivoluzionaria: il primo esempio di blogger che usa il suo canale per dire, semplicemente, che non ha niente da dire. A questi va il mio profondo rispetto, ma no, non siate così gentili. Perchè ha ragione chi, leggendo il mio mea culpa, andrà a cliccare spietatamente sulla ics (X) rossa in alto a destra e chiuderà irrimediabilmente la pagina del mio blog e qualunque contatto con la sottoscritta. La verità pura e semplice è che mi piacciono tantissimo le cose pasquali ma non ho voglia di farle. Il mio sogno di bambina (ma nemmeno poi tanto, diciamo il mio sogno di vegliarda) è quello di avere qualcuno in casa che mi fa le cose per le feste. In effetti lo scorso anno mia mamma (abilissima manifatturiera per quello che concerne oggettini all'uncinetto e annessi e connessi) mi aveva regalato tre bellissime uova pizzettose e coloratose, che ho prontamente ricacciato fuori dicendo a me stessa: "Tiè, faccio Pasqua anche io". Questo è stato il mio massimo sforzo. E considerando che, come ormai vi ho ripetuto mille volte, ho una casa molto piccola e non ho lo spazio per riporre le cose, le uova erano soltanto un metro più in là di dove le ho messe adesso. Non mi è costata molta fatica. Molta fatica, invece, mi sta costando l'apprendimento dell'antica arte dell'uncinetto. La suddetta mamma, forse in preda ad un eccesso di considerazione delle mie capacità manuali, ha pensato che dovevo assolutamente imparare. Così lo scorso sabato ci siamo sedute sul divano della sua cucina e mi ha fatto una rapida lezione-full immertion di uncinetto. Tra un maglia bassa, maglia bassissima, catenella, doppia maglia alta, tuffo carpiato in avanti (no, forse quello non c'era) ho capito che: ho troppe dita. Ho troppe dita che non so dove mettere. Ho troppe dita che non so dove mettere ma non riesco a tenere tutto. E poi. Ho i polsi che scricchiolano come una novantenne. E dopo un pò che infilo filo e filo filo, mi fa male il collo. Sono vecchia. Forse dovrei rimettermi a dipingere. Forse dovrei ritirarmi in una baita di montagna e fare formaggio di pecora fino alla fine dei miei giorni. Mi seppelliranno con la mia giacca a vento preferita, l'ukulele e gli anfibi. Comunque (lo so, dico comunque almeno quindici volte a post, che nervoso) ci sto provando. E l'unico risultato per ora mostrabile ad occhio umano è l'affarino che vedete qui sopra. Si, quello con l'uovo di cioccolato dentro. Allora, voleva essere un cappellino per uovo, in teoria. Poi ho provato a metterlo in testa ad un uovo e non ci stava. Allora ci ho messo dentro un ovetto di cioccolato e ora me la spaccio che l'ho fatto apposta. Ma fa la sua figura, no? (Annuite, vi prego, se mi volete almeno un pochino di bene, aiutate la mia autostima inviando un sms allo zerozerozerozero). Ora, per mettere a tacere quelle vocine insistenti che mi accusano di trascuratezza nei confronti di una festa che, religiosamente parlando, dovrebbe essere più importante del Natale e per zittire anche tutti quelli che mi rimproveravano di non aver più postato ricette e cibanze (nessuno mi ha rimproverata, ma ho manie di persecuzione. Ho detto che mi piace fare la melodrammatica?), eccoci di nuovo ai fornelli!


Qualche giorno fa avevo cucinato delle cose. Le avevo anche fotografate, ma poi ero talmente presa dal raccontarvi i tanti angoli di Torino, che mi son dimenticata. Così ve ne parlo ora e più precisamente oggi si blatera di sacchettini di prosciutto e fontina impanati, salatini con lo speck e plumcake al cioccolato fondente (nientepopòdimenoche)! Beccati questo: tre ricette in un solo post ( e per un pò sono a posto!)!


I sacchettini di prosciutto e fontina impanati sono la mia personalissima rielaborazione di una ricetta suggerita da un amico, che prevedeva degli involtini. Ho optato per una piccola variante, mantenendo gli ingredienti di base e cioè: prosciutto cotto in fetta spessa, fontina, uovo e pangrattato, tutto nelle dosi che più o meno vi occorrono. Io ho preso il prosciutto cotto quello in pezzo unico e poi ho tagliato una ventina di quadretti spessi. Lo stesso ho fatto con la fonina ed ho costruito i quadrotti alternando prosciutto-fontina-prosciutto. Poi ho passato nell'uovo sbattuto e nel pangrattato. Ora, siccome una volta realizzati questi quadrottini mi sono resa conto che non sarei mai riuscita a friggerli senza distruggerli e far fuoriuscire tutta la fontina (e lì ho capito perchè la ricetta prevedeva degli involtini), ho pensato di fare un pacchettino per ogni quadrottino con la carta da forno e di chiuderli con il filo da cucina, in modo da farli sembrare tanti piccoli pacchettini regalo. Poi li ho infilati in forno per una ventina di minuti e serviti: erano belli da vedere da chiusi e buoni da mangiare da aperti, perchè la cottura in forno li ha mantenuti leggeri e il formaggio si è sciolto per bene, rimandendo al suo posto. E' una buona idea per un finger food un pò diverso dal solito.
E dato che un finger food non è realmente tale se non c'è almeno un tipo di salatino, ho fatto i salatini di pasta sfoglia e speck, facilissimi e buoni buoni. Basta prendere la pasta sfoglia e stenderla. Ricopritela con fette di speck per tutta la superficie. Arrotolate ben stretto, tagliate della misura desiderata, spennellare con l'uovo sbattuto e infornare fino alla doratura.


Per chiudere in bellezza, ho fatto un plumcake. Da tanto non ne facevo uno. Tre uova mi ammiccavano dal frigo, pronte ad arrivare alla scadenza tra qualche giorno. Non ho saputo resistere (anche perchè uno di loro era quello che non ha voluto indossare il mio cappellino all'uncinetto, ce l'avevo a morte con lui. O lei. Uh mamma, uovo è maschio e le uova è femmina? Dubbio). Quindi, via con il plumcake al cioccolato fondente alla maniera di Katia (ossia, senza nessuna ricetta, ma buttando nella ciotola ingredienti a caso, basandosi sugli occhi e la teoria del quanto basta)! Occorre una teglia per plumcake, ovviamente. E se l'avete, come me, di silicone e non la usate da mesi perchè l'ultima volta che l'avete fatto si è tutta seduta da un lato è più che un plumcake vi è uscita una sfinge egizia, io ho la soluzione. Ho messo la teglia di silicone in una quadrata e negli angoli vuoti ho riposto due coppette di vetro adatte al forno, in modo da puntellare la teglia in silicone dai lati. Esperimento riuscito: il plumcake è venuto a forma di plumcake. Per farlo ho usato: 100 gr di burro,120 gr di farina, 3 uova, lievito cioccolato fondente (meno di 100 gr) e 100 gr di zucchero. La preparazione è quella di una qualsiasi torta semplice semplice: si separano tuorli da albumi, si montano i primi con lo zucchero e i secondi a neve. Si aggiunge la farina e il lievito setacciati ai tuorli, si mescola bene e si aggiunge il cioccolato tritato grossolanamente e il burro fuso. Si uniscono poi gli albumi con cura e si inforna in forno già caldo per una mezz'oretta. E si serve a colazione accompagnato da un bel caffè fumante. E si sorride, perchè quando ti viene bene il plumcake c'è da sorridere eccome.

Draghi, ghigliottine e Corsi con nomi di Paesi che non esistono

Ci ho pensato su un bel pò, ma poi mi è venuto in mente. Mi sono un pò insultata per non averci pensato prima, ma poi ho smesso. E comunque sono avvezza ad insultarmi da sola. Mi riesce anche piuttosto bene, devo dire. Comunque, dicevamo: ho pensato e ripensato a dove sarei potuta andare questa volta, per ammorbarvi ancora un pò con i racconti sulla bella Torino, quando finalmente si è accesa una lampadina: Cit Turin. Cit Turin (che in piemontese significa "piccola Torino") è uno dei quartieri storici della città. I suoi confini  sono dati da Corso Inghilterra, Corso Francia, Corso Vittorio Emanuele II e Corso Ferrucci. Ho deciso di arrivarci da Corso Francia, al cui inizio svetta l'altissimo palazzo di mattoni rossi che vedete in questa prima foto.Questo edificio è noto come Torre BBPR, unica testimonianza dell'architettura post-razionalista di scuola milanese della città. Commissionata dalla Reale Mutua Assicurazioni, è stata progettata nel 1959 dal noto Studio BBPR ed inaugurata nel 1961. Ho sempre pensato che Corso Francia si chiamasse così perchè arriva in Francia. Ma poi ho pensato che allora anche Corso Inghilterra, Corso Svizzera, Corso Buenos Aires e Corso Unione Sovietica (tralasciando il fatto che l'Unione Sovietica non esiste più dal 1991) dovrebbero avere quei nomi perchè portano a quelle destinazioni. Mi si è creato un gomitolo in testa. Mi sono sentita un pò autistica. Penso che la mia teoria non abbia fondamento. Comunque. Il quartiere si è sviluppato alla fine del XVIII secolo ma gli insediamenti nella zona hanno origini ben più antiche, tanto che nei confini del quartiere sono stati ritrovati reperti di una necropoli d'età preromana. L'etimologia del nome è controversa. La spiegazione più convincente è quella che associa il nome al fatto che l'attuale quartiere fosse il primissimo borgo fuori dalle mura della città in epoca medioevale, lungo la via Francigena. Essendo un'unità amministrativa indipendente ma praticamente attigua alla città, avrebbe assunto il nome di "piccola Torino". Altre teorie si rifanno al progetto urbanistico del '700 che prevedeva questo borgo come del tutto autosufficiente rispetto alla città. Un'altra spiegazione collega il toponimo alle dimensioni del quartiere (è il più piccolo della città) ma la spiegazione non è storicamente accettabile, in quanto nel passato il quartiere centro era diviso in contrade di dimensioni notevolmente più piccole dei confini di Cit Turin.Cit Turin è da sempre considerato un quartiere residenziale di prestigio. La presenza di lussuosi palazzi d'epoca, di uno dei più rinomati mercati della città, di vie commerciali di pregio ed infine, più recentemente, la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia e della neonata linea metropolitana, hanno reso questo quartiere uno dei più ricercati e costosi.
Uno si questi palazzi è la bellissima Casa Fenoglio - Lafleur, che costituisce uno dei maggiori esempi dello stile liberty che ha avuto una stagione ricca e produttiva proprio qui a Torino. L'intero quartiere infatti (ma non solo, ogni angolo della città) ha impressa l'impronta inconfondibile di questo stile allegro e raffinato al tempo stesso, che personalmente amo moltissimo. In particolare, di questa casa, adoro il pronunciato bow-window con vetratura policroma ed il sinuoso intreccio in ferro battuto. Per farsi un'idea di quanto successo abbia avuto a Torino questo stile architettonico, basta andare su Wikipedia e cercare "Liberty a Torino". Il risultato della ricerca è un lunghissimo elenco di palazzi uno più bello dell'altro, sparpagliati tra le vie, in un'infinita mappa di luoghi da vedere. Potrei, come prossimo progetto di vita, dedicarmi ad andarli a cercare e fotografare uno per uno per poi raccontarvi qui e farvi scegliere quale, secondo voi, è il più bello. Ma io penso che in cima alla lista resterebbe questa davvero unica Casa Fenoglio- Lefleur.
Attraversando Corso Francia e procedendo verso le montagne, si transita davanti ad un altro edificio davvero degno di uno sguardo. Ho sempre pensato che fosse un palazzo davvero unico nel suo genere. Per una città come questa, lo è di sicuro. Si chiama Palazzo della Vittoria e anche se a sentirlo chiamare così potremmo pensare di ritrovarci davanti un rozzo e squadrato edificio di stile fascista, in realtà questa costruzione è chiamata anche "Palazzo dei Draghi" e appena lo si vede si capisce il perchè.


Lo stile è un mix di liberty e medievale che fa pensare ad una scenografia di film fantasy. Ogni volta che lo vedo, giuro, mi metto a pensare a cose tipo Re Artù e Merlino, Ginevra e Lancillotto, Avalon, la Terra di Mezzo... E' bellissimo, giuro. Bellissimo. Il largo portone che dà su Corso Francia fa pensare anche un pò ai palazzi di Gaudì. O forse sono io che, lì di fronte, davvero non riesco a tenere a bada la mente. Ma per me l'arte, l'architettura, devono darmi un'emozione, altrimenti non le capisco. Ed io capisco molto meglio un palazzo del genere che un quadro d'arte contemporanea.


Il centro del quartiere Cit Turin è costituito senza dubbio dalla piazza principale, denominata Giardini Martini ma, in pratica, è universalmente nota come Piazza Benefica. La "Benefica" era un istituto di carità che si occupava di orfani che aveva sede proprio su questa piazza. Qui si svolge un famosissimo mercato mattutino, dove (parlando fuori dai denti) se hai un portafoglio un pò spessino puoi acquistare capi firmati e borse alla moda con forti sconti (ma mai abbastanza forti per le mie tasche), se invece hai un portafoglio sottile, puoi farti un giro e strabuzzare gli occhi nel vedere che vendono le fragole a quattordici euro al chilo. Roba da matti. Nel centro della piazza c'è poi da vedere un'installazione contemporanea: si tratta dell'opera Totalità di Costas Varotsos, in cui lastre di vetro triangolari sovrapposte l’una sull’altra compongono una struttura verticale che si avvita verso l’alto, come un turbine inquieto e prossimo al volo. La vasca d’acqua ai piedi della scultura accoglie la luce in un gioco di trasparenze e riflessi che rimbalzano sulla superficie frastagliata del vetro, rafforzando l’impressione di un movimento ascendente e in teoria sarebbe anche bella (soprattutto sotto il sole) se non fosse diventata il nido preferito dai piccioni. Degna di nota è anche la bellissima chiesa che si affaccia sulla piazza. Si tratta della Parrocchia di Gesù Nazareno, edificata verso la fine del 1800 seguendo il gusto neo gotico dell'epoca. La facciata è in mattoni rossi ed è splendido l'effetto di contrasto che dà questo materiale con le decorazioni in litocemento chiaro.


Ora, amici miei, se sono andata in Corso Francia, non ho potuto fare a meno di passare da Piazza Statuto e dato che ci sono passata, ora vi annoio ancora un pochino raccontandovi due cosette su questa piazza (contenti?!). Lasciamo perdere per una volta i semplici dati storici e scivoliamo rapidamente nell'aspetto che, turisticamente parlando, più interessa ai visitatori di Torino. Ossia: che Piazza Statuto faccia parte di un certo percorso magico, che sia in qualche modo legato a strane tradizioni oscure e inquietanti (come direbbe Lucarelli: paura, eh?!). Già dall'epoca romana questa occidentale parte della città, dove tramonta il sole e iniziano le tenebre, fu considerata una zona infausta. Per questo motivo verso il pendìo che attualmente porta a confluire con Corso Regina Margherita, venivano crocefissi i condannati e tumulati i defunti. Questa zona fu nominata appunto vallis occisorum (da cui il nome della zona Valdocco) e iniziava una vasta necropoli che andava dall'attuale Corso Francia fino alle attuali Via Cibrario e Corso Principe Eugenio. La piazza fu poi sede della beatissima, ovvero della ghigliottina e nel 1865 teatro di sanguinosi scontri in occasione dei tumulti per il trasferimento della capitale. Questi precedenti storici contribuirono alla credenza che la piazza avesse un qualcosa di malefico, fino a farne, nell'ambito delle leggende sulla Torino magica, il vertice del triangolo della magia nera (gli altri sarebbero Londra e San Francisco). Per la precisione, si ritiene che il vertice di tale triangolo cada nel punto indicato da un piccolo obelisco con un astrolabio sulla sommità, situato nell'aiuola del piccolo giardinetto di fronte al Monumento del Traforo del Frejus.
Il monumento che si erge al centro della piazza è infatti dedicato ai caduti durante la realizzazione del traforo ferroviario del Frejus. Consiste in una piramide di enormi massi provenienti proprio dallo scavo del traforo; la piramide è sovrastata da un Genio alato, sotto il quale trovano posto le figure marmoree dei Titani abbattuti. Il tutto è un'allegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, nello spirito positivista dell'epoca in cui fu realizzato. Tuttavia, nella tradizione popolare a questo significato originario se ne è sovrapposto un altro, secondo cui il monumento celebra invece le sofferenze patite dai minatori dell'epoca per realizzare l'opera. Io sinceramente lo vedo da quest'ultimo punto di vista.